'Ndrangheta. Pensiero unico; inumanamente uniforme: potere e ricchezza, ricchezza e potere. A costo della vita. A volte la propria, ma meglio sia quella di altri. Un mito bestiale. Di nessuna utilità sociale e nemmeno individuale, anzi pericolosissimo e mortale. Socialmente e spiritualmente devastante. «Demoni e sangue» non è una vera e propria inchiesta, nemmeno un saggio; è piuttosto un diario che procede per frammenti.
"DEMONI E SANGUE", INCHIESTA E RACCONTO SULLA PERVASIVA POTENZA DELLA ’NDRANGHETA
di Domenico Barberio
Parto, nella recensione di “Demoni e sangue”(Coppola editore, Trapani, 2011),
dagli aspetti che meno mi convincono. E’ molto lungo, è appesantito da
parti di cui si potrebbe fare a meno. 486 pagine, indice compreso, sono
tante,forse troppe, anche per un libro che,tra le altre cose, è
un’inchiesta accurata e approfondita. Appunto l’inchiesta, che in
“Demoni e sangue” è frammista alle vicende autobiografiche in cui
Saverio Alessio racconta se stesso,i suoi dilemmi, le sue difficoltà, la
sua terra e il conflittuale rapporto che si è instaurato con essa.
Ecco, forse un altro ingrediente che poteva essere meglio dosato
dall’autore è la sua forte carica polemica. Il coinvolgimento emotivo fa
perdere a Saverio in alcuni passaggi, secondo il mio modesto avviso,
quella giusta distanza che ci deve essere con la pagina che sta
scrivendo. Questa intima adesione, questo proiettarsi nella vicende che
vengono man mano presentate, porta ad annebbiare la lucidità necessaria e
lo spinge fino all’invettiva troppo carica di rancore. Un buon editor
magari avrebbe permesso di superare questi limiti, eliminando pagine e
smussando il superfluo, ma la scelta, il caso, gli eventi hanno fatto
incontrare questa piccola e coraggiosa casa editrice, Coppola di
Trapani, con un autore che ha fatto tutto da sé, senza concedere sconti,
manifestando appieno la sua impetuosa carica polemica. Sono venuti
fuori allora tutti gli spigoli caratteriali di quest’uomo del sottosuolo
come qualcuno l’ha definito: un personaggio dostojevskiano, uno
scrittore marginale (nel senso che sta ai margini, lontano dal potere).
Dunque un libro con meno pagine,meno carico di nomi e numeri, più agile e
snello, meno arrabbiato, avrebbe migliorato la resa definitiva.
Ma “Demoni e sangue” è anche altro naturalmente, ha molti meriti.
Riporta fatti e persone di una regione, la Calabria, messa sotto scacco
dalla violenza del potere ’ndranghetista e dalla rapacità del potere
politico. E non si ferma solo a questo, l’inchiesta-racconto si allarga e
cerca di racchiudere quello che di peggio sa offrire la società
calabrese. Ma non solo la Calabria, perché come ci viene ricordato da
Saverio Alessio ” il sentimento più forte, il desiderio di libertà,
prevale ed impone di indicare a chi non si accorge della mostruosità
della ’ndrangheta
che lo avvolge silenziosamente nelle sue spire, come questa si infiltri
subdolamente nelle società ancora sane e di urlare l’orrore a chi
farebbe ancora in tempo a liberarsene, prima che ne diventi schiava come
la Calabria”. Un aspetto su cui si insiste in “Demoni e sangue”,
attraverso il lavoro di indagine armonizzato con la trama del racconto
che lo tiene in piedi, è l’evidenziare non solo la capacità pervasiva
delle ’ndrine nella vita economico e politica, ma anche e soprattutto il
suo divenire discorso comune e condiviso, retorica pubblica. Ciò che
preme è mettere in guardia dal potere di fascinazione della ’ndrangheta.
Si tratta di quella malìa di cui scrive uno dei maggiori studiosi della
criminalità organizzata italiana, lo storico Enzo Ciconte che
sottolinea come esista ”un’attrazione che persiste e che a tratti ha la
parvenza dell’immutabilità. E così la fascinazione-o al contrario, lo
scoramento per chi alle mafie si oppone- sembra non avere mai fine”.
Dunque un potere criminale che è anche dominio culturale, attento a
fiaccare senso civico e difesa dei valori democratici che sono
imprescindibili per una società sana, aperta, solidale depurata dalla
presenza mafiosa.
Nei passaggi dove l’amara riflessione sulla sua condizione personale di
“esule” dalla Calabria si fa più forte sembra che il disincanto e la
mancanza di prospettive abbiano il sopravvento sulle speranze di Saverio
“...scrivo della Calabria in modo introspettivo, a tratti superbo, e
teso a descrivere quello che vive l’osservatore da un punto di vista
ristretto. Forti sentimenti ed una voglia di riscatto personale
indipendentemente dal riscatto della mia terra e della sua gente.
L’esclusivo tentativo di conquista di uno spazio espressivo
individuale”.
C’è un’incapacità a subire passivamente le brutture che la società
calabrese è capace di esprimere e che nutre le pagine irriverenti di
“Demoni e Sangue”. Ma fra queste pagine credo che si possa scovare con
attenzione anche un’idea di fondo legata alla speranza, speranza per i
destini individuali e collettivi. Nonostante la durezza di fondo Saverio
riesce a delinearci, tra demoni e sangue, anche la straordinaria
semplicità, carica di bellezza, di posti che gli appartengono, che ci
appartengono “La temperatura è migliorata decisamente. Fa anche caldo,
con una piacevole brezza primaverile. Profumata di ginestra, di pece, di
improbabili novità. Giorni fa con il mio caro amico Carmine, il doc.
diminutivo di Doctor, ho visto, odorato, fotografato, un’intera collina
di ginestre in fiore. Un mare di giallo fra il verde scuro dei boschi
di pino. Una meraviglia!Forse è per queste esplosioni improvvise di
fioriture che questo luogo si chiama Fiore”.
Oggi si scrive tanto di mafie: post, articoli, saggi, romanzi. Carne, sangue e orrore sono spesso la base dei racconti, giornalistici o letterari. Si tratta, è banale, di elementi che impressionano e fanno vendere.
La criminalità organizzata subisce, dunque, la semplificazione dello spettacolo. Il fenomeno è riassunto con effetti speciali. Così, vari autori, anche inconsapevolmente, celebrano la potenza dei Riina e famiglie. Ma la realtà è diversa, più sottile, complessa, ingannevole. La società non può essere divisa in buoni e cattivi: i primi pacifisti, gli altri armati fino al collo.
La 'ndrangheta, per esempio, non è l'auto del boss Carmine Arena sventrata dal bazooka. Né la ferocia degli autori della strage di Duisburg, in Germania.
Francesco Saverio Alessiooffre invece una lettura profonda del male italiano, esportato ovunque. In Australia come in Colombia. Nel suo "Demoni e sangue", Coppola Editore, c'è il diario di una vita in trincea. Fra difficoltà, sconfitte, scelte coerenti. La vittoria della parola.
Alessio ricorda il suo passato in Calabria. Lirico, descrive la bellezza dei luoghi violentati, la distruzione della memoria, la chiusura degli orizzonti culturali, spirituali, progettuali. Questa è la strategia militare delle mafie, ormai globalizzate. Il controllo del territorio avviene con la progressiva devastazione della natura, della storia, dell'anima collettiva. Per capire, occorre vedere. E Alessio ha visto, patito, registrato le singole azioni, le scene, i volti e le scelte dei signori della morte, dei loro servi, dei complici politici.
Lo scrittore riporta nomi e trame. Preciso, attraversa la cronaca nazionale recente e remota. La ripercorre approfondendola, legando occulti potenti a uomini di palazzo ed agenzie del crimine.
"Demoni e sangue" è il volume più coraggioso e vero in tema di mafie. Forse è per questo che Alessio non vende.
Oggi non interessano i fatti, i retroscena e la scrittura onesta, fatta di rigore ed esperienza. Serve il demone del sangue.
Le conquiste di un esule sono costantemente minate dalla perdita di qualcosa che si è lasciato per sempre alle spalle.
Edward William Said
La realtà dei fatti è che non si può vivere in Calabria da uomo libero. Semplicemente perché è impossibile ottenere in modo dignitoso un lavoro. E poi perché non si può esprimere il proprio pensiero e nemmeno il proprio voto liberamente, senza subire dirette conseguenze. O se si è particolarmente influenti socialmente, positivamente, umanisticamente, su un certo numero di persone, senza rischiare di morire ammazzati. Di sparire definitivamente. Come minimo si viene emarginati e perseguitati se non si rispetta il Tabù.
Opporsi a un uomo potente, in Calabria, per esperienza diretta, sul campo, comporta l’immediata esclusione da parte della collettività. Quasi sempre è la famiglia stessa che isola e disconosce il reo. Contestare l’operato del tiranno, piccolo o grande che sia, è vissuto dalla società come una mancanza di rispetto. Siamo noi, scrittori, giornalisti, associazioni, persone comuni - esempi in estinzione dei Cittadini - ad essere considerati dannosi e inopportuni socialmente. Il mantra è: quelli che ostinatamente denunciano le malefatte sono degli “infami”. Secondo me invece gli esseri umani per essere “persone” devono difendere gelosamente e praticare quotidianamente la libertà di espressione. In una società come quella calabrese, che, con pervicacia e determinazione, non ha mai voluto assorbire l’esperienza storica né del Diritto romano e né di quello arabo, che ha dimenticato le sue origini greche e l'utopismo medioevale, che ha subito un danno incolmabile dall'Unità d'Italia, assistiamo alla messa in scena di una struttura culturale antropologicamente tribale. In tale contesto, mitologico ma di concreta attuazione storica, lo ‘ndranghetista, il politico, il potente, assumono il ruolo di Totem all’interno della comunità. Chi vìola il Tabù è come se violasse il fondamento stesso sul quale la società si basa e va conseguentemente eliminato o quanto meno espulso. Senza possibilità d’appello. Esiliato. Si descrive la realtà della Calabria odierna alla luce di una scelta personale: la fuga. Fondamentalmente una riflessione sull’esilio. Forzato..
La ‘ndrangheta e la politica collusa violentano gli individui nelle profondità dell’essere. I potenti imbrigliano la psicopatologia collettiva, di cui è affetta larghissima parte della popolazione in seguito all'emigrazione massificata, verso propri precisi scopi. Un'opera bestiale di destrutturazione culturale volta alla sottrazione del contesto poetico dell’essere umano. Una sorta di rapimento collettivo delle anime. A scopo di estorsione e sfruttamento. Pian piano subito da chiunque. È la bruttezza dell'ambiente sociale a determinarlo. In mille forme, anche legali. Un metodo della “costruzione del consenso” che allo stesso tempo conformi i presupposti affinché la ‘Ndrangheta diventi un comune modo di pensare. Affinché divenga cultura.
Un esempio di questa poco illuministica visione è quello che nel libro «La società sparente» con Emiliano Morrone definimmo “il mito della terza figura“. Il concetto secondo il quale è impensabile ottenere una qualsiasi risposta, alle proprie esigenze o ai propri diritti, senza dover passare attraverso la mediazione di qualcun altro. Per qualsiasi pratica, illegale o legale che sia. Da questo si deduce che la lezione illuministica non ha mai avuto seguito in Calabria. Grazie ad una sinergia fra il potere politico e quello della ‘ndrangheta con fredda determinazione è stata man mano uccisa l’autonomia individuale delle persone. Al fine di renderle schiave di un dominio mafioso delle coscienze. Una vera e propria scuola di pensiero. Garantita dal potere militare, politico ed economico della ‘ndrangheta e dalle infiltrazioni nelle istituzioni attraverso la massoneria. Devastante. La 'Ndrangheta, con la maiuscola, intesa come modo di pensare diviene parte integrante della quotidianità, addirittura indispensabile componente, in un processo, che il filosofo Alfonso Maurizio Iacono, applicandolo ad altre categorie, definisce “naturalizzazione”. Nel libro Morrone ed io cercammo di descrivere il processo di naturalizzazione che sta avvenendo e che porta a considerare alcune forme di corruzione, o altri animaleschi comportamenti predatori, come del tutto naturali, o addirittura indispensabili per l’esistenza umana. Tentammo di dare corpo alla teoria di Alfonso Maurizio Iacono secondo la quale esistono stretti rapporti tra storia, filosofia, antropologia e politica di un popolo. Riflettendo sulla necessità della ricerca di “autonomia”, o come dice Gianni Vattimo di “emancipazione”, non potevamo non notare quanto siano sottomessi i Calabresi. È questa mancanza della consapevolezza di aver la possibilità, oltre che il dovere, umano, di essere autonomi, che conferma e conforma il potere della 'ndrangheta su di loro. La malavita esercita un controllo incondizionato sulle decisioni quotidiane della gente. Per quanto riguarda l’espressione del voto il dominio è tale da permettere alla criminalità di controllare direttamente ed interamente la politica. Ne consegue che i Calabresi per continuare ad “essere” hanno due possibilità: adeguarsi alle regole della malavita o andarsene. Se non ci si adegua si è costretti a sparire prima che siano loro a farti sparire definitivamente.
Attualmente, sia io che Morrone, rispetto ai tempi in cui scrivemmo «La società sparente», dall’esilio riflettiamo di più sulla responsabilità delle persone nel far si che il malaffare continui ad essere. Cerchiamo di descrivere la maniera in cui la popolazione è anche protagonista e non solo vittima dell’arretratezza della propria terra. Su come la gente si sia privata di qualsiasi forma di dignità civile e di come questo permetta al potere criminale di consolidarsi sempre più. Dall’altro lato, se in Calabria si manifesta capacità relazionale ed aggregativa, saggezza, garbo, razionalità, solidarietà, progettualità, programmazione, bellezza, poesia, è la fine!
Emiliano Morrone sta scrivendo sempre della Calabria ma spogliandosi il più possibile della sua persona; allargando la sua visione nel senso più alto della parola politica, rendendo umile lo sguardo di chi descrive quasi ad annullare il soggetto osservatore. L'inchiesta come ricerca continua di un'apertura a nuove possibilità sociali; la speranza di una Calabria migliore. Al contrario io scrivo della Calabria in modo introspettivo, a tratti superbo, e teso a descrivere quello che vive l'osservatore da un punto di vista ristretto. Forti sentimenti ed una voglia di riscatto personale indipendente dal riscatto della mia terra e della sua gente. L'esclusivo tentativo di conquista di uno spazio espressivo individuale. Privo di speranza di riscatto per la propria terra che si da per sempre persa. Morta. Uccisa. Bruciata. Seppellita. Elaborato il lutto se ne scrive come se fosse scomparsa. Per sempre. Ma il sentimento più forte, il desiderio di libertà, prevale ed impone di indicare a chi non si accorge della mostruosità della 'ndrangheta che lo avvolge silenziosamente nelle sue spire come questa si infiltri subdolamente nelle società ancora sane e di urlare l’orrore a chi farebbe ancora in tempo a liberarsene prima che ne diventi schiava come la Calabria.
Con la società, sana, solidale, in Calabria è sparita anche la poesia; sparita insieme alle parole della democrazia. Mai apparse per la verità, se non nella propaganda di politicanti imbonitori. Ombre di sillabe echeggianti il silenzio. Il silenzio sì. Va bene. La Poesia? che cos’è? A che serve? E' n'na cosa ca si manja?[1] Eppure non c’è un giorno della mia vita nel quale non pensi almeno una volta alla Calabria. Καλαβρία. Antichissima terra. Sarà che la mia ultima precipitosa partenza, nottetempo!, - obbligata e necessaria, dettata dal bisogno di sfuggire rapidamente a qualche esecuzione sommaria; un prologo di sevizie ed afflizioni con successiva sparizione del cadavere - è stata più improvvisa di altre partenze ponderate e scelte. Sarà la nostalgia della casa dove sono nato, dei miei mobili, dei dischi, dei libri; l'odore del camino. Il mio angolo dello yoga. Influisce anche il malefico fascino dei suoi misteri. La scura bellezza e la furbizia delle sue donne. Ma, se penso alla Calabria, non riesco a mandare giù questa sensazione amara di perdita definitiva. Una caduta vorticosa in un vuoto senza fine. Come un collasso dei sentimenti, un pugno, forte, deciso. Nel plesso solare.
pubblicata da Sebastiano Gulisano il giorno sabato 28 maggio 2011 alle ore 18.13
L’incontro. Francesco Saverio Alessio e Pietro Orsatti li ho conosciuti attraverso la rete, in tempi diversi. Il primo sul finire del 2007, l’altro un paio d’anni più tardi. A quel tempo, per me, non era Francesco Saverio Alessio ma «Francesco Saverio Alessio ed Emiliano Morrone». Mi imbattei in questi due nomi nel novembre del 2007, quando su Nazione indiana lessi un articolo in cui si denunciavano le minacce ricevute da Saverio ed Emiliano dopo avere scritto il libro-inchiesta su ’ndrangheta, massoneria e politica, La società sparente, che raccontava il sistema di potere calabrese rifacendosi anche all’inchiesta Poseidone dell’allora pm Luigi De Magistris e, per certi versi, anticipando quella che poi sarebbe stata l’inchiesta Why not? dello stesso magistrato, all’origine del violento attacco concentrico che lo ha costretto a lasciare la magistratura, mentre a Gioacchino Genchi, il suo consulente informatico, è costata l’espulsione dalla Polizia di Stato.
Quella volta pubblicai un post, nel mio vecchio blog e, tra l’altro, scrissi:
«Il potere della parola, specie nelle regioni meridionali, può essere devastante perciò le organizzazioni mafiose (ma non solo loro) lo temono. Ché la parola intacca il muro di omertà e di segretezza, lo sbreccia, può scardinarlo.Le minacce ad Alessio sono l’ennesima conferma della “pericolosità” della parole in una regione, la Calabria, dove c’è voluto l’omicidio Fortugno affinché cominciasse a nascere un primo embrione di movimento anti ’Ndrangheta. E mica è facile ribellarsi, in Calabria. Il più grande comune calabrese è Cosenza, 120mila abitanti, cioè grande quanto un quartiere di Palermo. La stragrande maggioranza dei comuni calabresi ha meno di 10mila abitanti (in una regione tutta montuosa non puoi costruire metropoli, che, comunque, non sono la soluzione) e ciò consente alla ’Ndrangheta di controllare anche i respiri delle persone, di impedire fisicamente l’esercizio della parola. Perciò tutti dobbiamo farcene carico, tutti dobbiamo essere le parole che i calabresi non possono pronunciare, affinché anche i calabresi che lo vogliono possano parlare liberamente. [...]
Per contribuire a fare uscire dall’isolamento coloro che, come Alessio e Morrone, intendono continuare a esercitare il proprio diritto-dovere alla parola, sarebbe auspicabile che oltre alla solidarietà, cominciassimo a raccontare le cose che loro raccontano. Ché la solidarietà non basta, si smette di essere bersagli se i bersagli si moltiplicano (“E ora ammazzateci tutti”) fino a essere così tanti da azzerare il pericolo».
Pietro Orsatti lo leggevo su Diario. Ci siamo anche incrociati, senza incontrarci, quando mi sono dimesso da Avvenimenti, in procinto di trasformarsi in Left, dove lui ha lavorato, per poi dimettersi a sua volta.
Con entrambi sono entrato in contatto qui, su Fb; Pietro, grazie al fatto che entrambi viviamo a Roma e per via di un comune amico, l’ho anche conosciuto personalmente più d’un anno fa e abbiamo lavorato insieme al progetto de Gli Italiani.
Ieri sera eravamo insieme, in una sala del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, a Roma. C’era anche quell’amico che in precedenza mi aveva fatto incontrare Pietro, Riccardo Orioles: un grande giornalista. Ieri sera, finalmente, ho anche incontrato per la prima volta Francesco Saverio Alessio che, dunque, non è più solo parole impresse su carta e rilegate in libro o parole che scorrono su uno schermo accanto a una fotina. È persona in carne e ossa, Saverio. E sebbene le minacce lo abbiamo costretto a scappare da San Giovanni in Fiore, il paesino silano dove è cresciuto, non ha perso la gioia di vivere e il piacere del sorriso, specie quando incrocia lo sguardo di Gabriele, la sua compagna berlinese.
Il luogo. Trovarci nello storico circolo dei gay e delle lesbiche romani mi ha ricordato come l’omosessualità, in sé, abbia i germi dell’antimafia. Al di là delle enunciazioni di principio – «un uomo d’onore non può essere omosessuale», ci ha insegnato Buscetta – c’è una vicenda in cui ciò viene rappresentato in un’aula di tribunale, messo in scena come se quell’aula di giustizia fosse un palcoscenico teatrale. Processo per la strage di via D’Amelio. C’è da screditare un “pentito”, Vincenzo Scarantino, uno che molti anni dopo sapremo essere stato costretto dagli investigatori ad autoaccusarsi e accusare altri (un depistaggio il cui movente è ancora tutto da individuare), ma che in quel momento era il testimone principe della Procura di Caltanissetta, l’uomo che aveva reso possibile quel processo (da rifare) ad alcuni presunti partecipanti all’uccisione del giudice Paolo Borsellino e a cinque agenti della sua scorta. I difensori degli imputati, nell’intento di dimostrare che Scarantino non era e non poteva essere mafioso (e, dunque, le sue dichiarazioni erano false), portarono a testimoniare un omosessuale palermitano, un travestito che si prostituiva ed era noto come «Giusy la sdillabbrata». Giusy giurò di avere avuto numerosi rapporti sessuali con Scarantino. E se tanto mi dà tanto, uno che va coi «froci» non può che esserlo a sua volta, quindi non può essere «uomo d’onore».
I libri. Mica è facile star lì a “moderare” un dibattito – presenti una quarantina di amiche e amici dei due autori – su due libri estremamente diversi fra loro, sebbene complementari. Talmente complementari che Pietro e Saverio hanno scritto l’uno l’introduzione al libro dell’altro. Complementari perché entrambi, con stili e parole differenti, ci raccontano l’Italia dei poteri criminali, un’Italia in cui la sciasciana «linea della palma» ha ormai valicato le Alpi, l’Italia in cui il confine fra «Stato e Antistato» è diventato impalpabile, come se un occulto trattato di Schengen avesse definitivamente liberalizzato la circolazione di persone e “merci” fra due mondi in teoria contrapposti e incompatibili.
Complementari e diversi. Diversi nel formato e nella mole (114 pagine quello di Pietro, 488 quello di Saverio). Diversi nella struttura. Diversi nella scrittura, negli stili narrativi.
C’è una differenza di fondo fra i due amici scrittori e, di conseguenza, fra i loro libri: Francesco Saverio Alessio racconta luoghi, persone, fatti e misfatti radicati in Calabria, nella sua Calabria, nei luoghi dove è nato e cresciuto, in posti in cui se ti schieri contro i boss e i loro alleati, se denunci, se “tradisci” sei costretto a «non fidarti di nessuno, soprattutto dei tuoi amici!», ché il giorno in cui il killer verrà a cercarti per farla finita, sarà un amico a bussare alla tua porta, ad accompagnarlo o come esecutore. In ogni caso, carnefice.
Pietro è invece un giornalista che va in un posto, se ne rivà e ti racconta una storia. Decisamente un altro approccio. Senza contare il diverso coinvolgimento emotivo.
Ne ho conosciuti un bel po’ di “inviati”, più o meno “grandi”, che arrivano in un posto col pezzo già scritto in testa e se ne ripartono scrivendo quel pezzo, non una virgola in più né una in meno. Avrebbero potuto restarsene a casa, senza spostarsi. Giornalisti che hanno perso ogni curiosità, nonché la capacità di guardare e ascoltare; ma credono di sapere tutto. Invece non distinguono più gli odori, confondono i colori, non sentono i suoni. Hanno perso il “fiuto”. Pietro è esattamente l’opposto. Arriva a Palermo o Milano ed è un foglio bianco, una pellicola vergine. Sebbene, prima di partire, si sia adeguatamente documentato. Come il mestiere richiede. Pietro, prima di essere un ottimo narratore, è un cronista di razza, uno disposto ad ascoltare, osservare, annusare. Uno curioso, insomma. Ed è la curiosità – fondamentale nel mestiere di giornalista – che lo rende capace di restituirci i dettagli delle storie che racconta, come un puzzle in cui ogni tessera va incastrarsi al suo posto dentro un quadro d’insieme.
L’Italia cantata dal basso è un viaggio, una trentina di storie brevi, fotogrammi, sequenze di parole inanellate con «occhio da regista», sottolinea nell’introduzione Francesco Saverio Alessio: «Una cronaca nella quale l’osservatore e l’osservato sembrano vivere nello stesso “piano americano”, tutti e due attori della storia in atto». Un viaggio che si snoda lungo tutta la penisola, dalla Sicilia alla Romagna, da L’Aquila a Milano, da Roma a Casal di Principe. Ma anche dagli ultimi giorni del fascismo ai nostri giorni. In modo da ricordarci che c’è un filo che lega gli eventi, le storie, la Storia: qualunque pianta – anche le malepiante – ha radici, è a quelle che occorre risalire per comprendere ciò che è visibile. Ché le radici stanno sottoterra, sono “invisibili”. La stessa cosa vale per i fatti. Le radici stanno nel passato, non sempre vicino. E più il passato s’allontana più tende a essere “invisibile” in quanto estraneo ai ricordi individuali. Escluso dalla memoria. Anche da quella collettiva.
L’anno scorso Nando dalla Chiesa ha pubblicato un libro che s’intitola, semplicemente, Contro la mafia. E un sottotitolo che precisa: I testi classici. È un’antologia di testi sulla (contro la) mafia pubblicati prima del 1992, a partire del secondo Ottocento. Un tentativo di recupero della memoria che l’autore ha voluto regalarci perché «a un certo punto del suo cammino la cultura civile nazionale è apparsa dimezzata, priva di radici, proprio sulla principale questione irrisolta dei centocinquant’anni di storia unitaria [...] E questo paradossalmente dopo che il Paese aveva subito l’attacco più eclatante e sanguinario» di Cosa Nostra, le stragi del ’92-’93. Dalla Chiesa rileva che dalle bibliografie dei tantissimi libri sulle mafie pubblicati dopo quel biennio è sparito ogni riferimento agli studi precedenti, ai “classici”. Inoltre, ci avverte che «un fenomeno pressoché identico si è verificato nella comunità dell’informazione». Non sa dirci se per rimozione, oblio o perdita di memoria, ma rileva che tali elementi «si associano sempre a una perdita grande o piccola della propria identità».
Le finestre sbieche di Pietro Orsatti hanno il grande pregio di farci affacciare su un panorama che ci restituisce l’insieme delle cose, in cui le radici non sono occulte ma visibili, fotogrammi di un film documentario in cui il presente è sempre figlio del passato, conseguenza di esso.
Demoni e sangue. È un pugno nello stomaco. Fin dal titolo. Continuando a usare la metafora cinematografica, direi che, almeno nella prima delle tre parti in cui è suddiviso, è un film dell’orrore, di quelli in cui il protagonista ti trascina nei suoi vortici allucinati e allucinanti e il sangue sgorga abbondante, sprizza dappertutto, con la telecamera che zooma sui dettagli splatter. È un film di Dario Argento. Con l’hard rock dei Black Sabbath che suonano Paranoid come colonna sonora.
In questa prima parte, Francesco Saverio Alessio ci racconta le conseguenze personali del primo libro, quello scritto con Emiliano Morrone, quello che lo ha costretto a fuggire al Nord. Un racconto non scevro di flashback nell’infanzia e nell’adolescenza, col rock che si ammorbidisce nel blues di All my love o, meglio, Stearway to heaven dei Led Zeppelin.
Una prima parte, questa autobiografica, scritta col ritmo incalzante del romanzo horror. Né Lovercraft né Poe, no: la scrittura di Saverio ha l'incedere lancinante della chitarra elettrica e quello martellante della batteria. È hard rock. E quando s’addolcisce nei ricordi, è la voce di Robert Plant o quella straziante e infinitamente dolce di Janis Joplin.
«Saverio usa l’estetica e l’arte come arma politica», scrive Orsatti nella prefazione. La gioia di vivere come bellezza, la cultura di morte come bruttezza. Ed è un contrasto che ritroviamo nella scrittura stessa, quando, specie nella seconda parte del libro, l’incalzante racconto in prima persona di Saverio viene quasi soppiantato dalla durezza e dalla pesantezza del linguaggio degli atti giudiziari di Luigi De Magistris, dell’inchiesta Why not?, da quell’intrico di poteri politici (di ogni schieramento), massonici e criminali svelati dall’ex magistrato che lunedì potrebbe ritrovarsi sindaco di Napoli.
Se la prima parte (Il sangue degli angeli) racconta le conseguenze subite da Saverio dopo La società sparente, la seconda (Episodi di presunta corruzione giudiziaria e potere al cubo) è il seguito del libro scritto con Emiliano Morrone, l’evoluzione delle trame politico-affaristico-criminali narrate quattro anni fa. E qui lo scrittore preferisce fare parlare le carte, gli articoli del codice, l’arido ma efficace linguaggio degli atti giudiziari, limitando il suo ruolo e la sua penna alla funzione di collegare quasi didascalicamente i vari documenti.
Infine la terza parte (Le metastasi), in cui si raccontano l’infiltrazione della ’ndrangheta nel nord Italia e le sue propaggini nei cinque continenti. Una ragnatela nera alla quale l’autore contrappone un’altra ragnatela, quella di internet: la rete. Non certo come luogo della libertà e della democrazia tout court, come qualche acclamato guru va predicando, ma come strumento: «Una piccola ragnatela fra l’enorme ragnatela globale. Interconessa. Giorno e notte. In tutto il mondo. Ovunque ci sia energia elettrica, un computer ed una connessione a internet, il tuo pensiero appartiene al web. [...] Grazie al web hai testimoniato di accadimenti, condiviso progetti, trasmesso alcune idee altrimenti destinate all’oblio. [...] Spronati a coltivare la memoria quanto la gioia creativa. Ad ammirare la bellezza. Riflettere sul passato. Progettare il futuro. Ricomporre una memoria. La sfilacciata memoria di un popolo disperso in tutto il mondo».
Migranti.
Una migrazione che Saverio tenta di ricomporre, nell’ultimo capitolo, con delle pagine antologiche in cui l’ultima parola è affidata alla penna dell’amico Emiliano Morrone, trasformando la ragnatela in cerchio. Un cerchio che si chiude col coautore del primo libro – insieme al quale è stato tartassato di querele e minacce – che ricorda: «I procedimenti penali contro Alessio e me sono stati tutti archiviati. Nessuno, in Calabria, vuole parlarne. Come nessun politico, meno che l’onorevole Angela Napoli, già membro della Commissione parlamentare antimafia, ha condannato le minacce e le intimidazioni che abbiamo ricevuto. La società sparente».
Chi pensa di avere capito tutto sulle mafie, sul Sud, sul potere in Italia, lasci perdere questi libri. Chi, invece, coltiva ancora il dubbio, mantiene la curiosità e gli piacciono le storie raccontate consumando le suole delle scarpe, troverà negli scritti di Pietro e Saverio stimoli nuovi e sguardi originali per proseguire nell’interpretazione e la decriptazione di tanti aspetti per nulla scontati del Paese in cui viviamo.
Demoni e sangue nell'Italia cantata dal basso. 29.05.2011 09:28. L'incontro. Francesco Saverio Alessio e Pietro Orsatti li ho conosciuti attraverso la rete, ... altravocedelsannio.webnode.it/.../demoni-e-sangue-nellitalia-cantata-dal-basso/ - Copia cache
3 giu 2011 ... Presentazione dei libri 'Demoni e Sangue' di Francesco Saverio ...Demoni e sangue nell'Italia cantata dal basso (un ringraziamento a un ... www.orsatti.info/.../litalia-cantata-dal-basso-e-demoni-e-sangue-a-fano-l8-giugno/ - Copia cache Condiviso da
28 mag 2011 ... (un ringraziamento a un amico, Seba) Di Sebastiano Gulisano L'incontro. Francesco Saverio Alessio e Pietro Orsatti li ho conosciuti ... www.orsatti.info/.../demoni-e-sangue-nellitalia-cantata-dal-basso/ - Copia cache Condiviso da
5 giu 2011 ... Presentazione dei libri 'Demoni e Sangue' di Francesco Saverio Alessio e 'L'Italia cantata dal basso' di Pietro Orsatti. ... www.gliitaliani.it/.../“l’italia-cantata-dal-basso”-e-“demoni-e-sangue”-a-fano-l’8-giugno/ - Copia cache Condiviso da
'Ndrangheta. Pensiero unico; inumanamente uniforme: potere e ricchezza, ricchezza e potere. A costo della vita. A volte la propria, ma meglio sia quella di altri. Un mito bestiale. Di nessuna utilità sociale e nemmeno individuale, anzi pericolosissimo e mortale. Socialmente e spiritualmente devastante. «Demoni e sangue» non è una vera e propria inchiesta, nemmeno un saggio; è piuttosto un diario che procede per frammenti. Intuizioni che molto in parte ricostruiscono il complesso intreccio delle relazioni eccellenti della criminalità organizzata calabrese. Idee di inchieste possibili. Spezzoni di interviste. Un parziale ritratto dei notabili e dei politici calabresi derivato dall’esperienza sul campo: faccendieri intrallazzati fra 'ndrangheta servizi segreti nazionali ed internazionali e massoneria specializzata in criminalità. La classe politica perfettamente aderente, tra la Calabria, Roma e Bruxelles, ad una vasta rete criminale che condiziona anche il governo nazionale. Si ritrovano in introvabili logge segrete, con elementi deviati dello Stato, magistrati, militari, polizia, servizi segreti: costituiscono un’oligarchia mafiosa che impone un incontrastato dominio delle coscienze, e quindi del voto. Il voto necessario al rinnovarsi perpetuo di questo potere infernale e demoniaco. Bipartisan, anzi allpartisan, come dimostrano molte compagini sociali di aziende o di Società per azioni; di quelle che hanno divorato miliardi di euro senza realizzare un posto di lavoro, lasciando sul territorio desolati capannoni vuoti. I finanziamenti pubblici finiscono nelle tasche di pochi. Senza nessun sviluppo della regione. Anzi, come nel caso dei depuratori non funzionanti, o della criminale gestione dei rifiuti, non solo operano un impoverimento ma conducono anche a dei disastri ambientali. Depreziando la natura. Caratteristica, preziosa!, della Calabria, insieme alla sua antichissima storia, per un suo rilancio economico e culturale.