lunedì 21 ottobre 2013

Emigrazione, da emergenza a risorsa: quadro normativo e sfida cristiana


Immigrati
Il traffico illegale dei migranti non è causa delle politiche repressive europee ma conseguenza

Riferimento: http://www.aleteia.org/it/politica/articolo/emigrazione-da-emergenza-a-risorsa-quadro-normativo-e-sfida-cristiana-4943002

Agli inizi degli anni cinquanta, nel clima psicologico della guerra fredda, l’Occidente scopriva la categoria sociologica americana del living border, il confine “vivente” che separa la Civiltà, storicamente stabile e determinata, dal mondo misterioso degli altri, da cui può emergere all'improvviso una massa di invasori (Europa, frontiera viva, in «Civitas», maggio 1951).

Da allora la figura terrorizzante dello straniero, l’invasore-oltre-confine, non ha smesso di alimentare nell’immaginario inconscio degli occidentali la paura ancestrale dello scontro di civiltà come competizione decisiva per l’accaparramento delle risorse del pianeta. In questo scontro di civiltà l’Europa dovrebbe difendere l’impenetrabilità dei suoi confini dall’assalto di 700 milioni di poveri che brulicano fuori dal continente e, possibilmente, esportare militarmente la sua democrazia nella speranza che ciò possa risolvere nel Terzo Mondo le cause remote della sottoalimentazione e dell’instabilità politica.

La grande paura, risvegliata dalla prossimità geografica del “confine vivente” del Canale di Sicilia, ha dettato negli ultimi anni le leggi italiane sull’immigrazione e ha scritto pagine dolorose per la memoria e la coscienza civile del nostro paese.

Ci è stato spiegato che le leggi 189/2002 "Bossi-Fini" e 94/2009 “pacchetto-sicurezza Maroni” sono normative europee, dotate di quell’incisività ed efficacia che Bruxelles chiede all’Italia in ragione della sua collocazione geografica, ultima frontiera mediterranea dell’Unione e per questo destinazione naturale degli sbarchi di massa fomentati da una rete di spietati trafficanti di esseri umani.

Di fronte all’enormità della tragedia lampedusana del 3 ottobre sarebbe invece opportuno ristabilire i veri termini della questione: il traffico illegale dei migranti non è causa e giustificazione delle politiche repressive europee ma, in parte, una sua conseguenza. E in questo quadro la legislazione italiana degli ultimi non ha apportato alcuna soluzione effettiva e praticabile ma solo contributo ad aggravare la situazione disumanizzando la condizione del migrante.


venerdì 18 ottobre 2013

Operazione Mare Nostrum: commenti e domande di Amnesty International Italia

Amnesty International Italia
L’annuncio dell’avvio della cosiddetta operazione “Mare Nostrum” da parte del governo italiano solleva inizialmente, secondo Amnesty International Italia, commenti e domande.
In particolare, l’organizzazione per i diritti umani ha notato che nella descrizione delle operazioni da parte del vice presidente del Consiglio Alfano e di altri esponenti istituzionali, si è fatta menzione di due distinte funzioni: il controllo delle frontiere - con riferimento esplicito all’effetto di deterrenza – e il soccorso in mare.
È positivo, per Amnesty International Italia, che le autorità italiane si stiano dando in modo chiaro l’obiettivo di rafforzare il soccorso in mare, anche attraverso un più accurato monitoraggio dello spazio interessato.
Alla luce del fatto che è necessario improntare ogni azione governativa al rispetto del diritto internazionale dei diritti umani, Amnesty International Italia ritiene fondamentale sapere come l’aspetto del soccorso in mare sarà conciliato con quello del controllo delle frontiere: soprattutto, occorrono maggiori dettagli sulle “regole del gioco, ossia di cosa fare nelle diverse situazioni” da definire “di concerto con i ministeri competenti”, come dichiarato nella conferenza stampa di presentazione dell’operazione.
Un interrogativo stringente riguarda, in particolare, il luogo in cui saranno condotte le persone soccorse in alto mare, rispetto al quale il vice presidente Alfano ha fatto un chiaro riferimento all’intenzione di condurle in un “porto sicuro” e di rispettare il diritto internazionale.
Amnesty International Italia vorrebbe avere la certezza che il governo italiano non consideri la Libia “porto sicuro”. L’organizzazione per i diritti umani ha notato con preoccupazione che dal dibattito di questi giorni sono risultati assenti elementi di chiarimento sullo stato della collaborazione tra Italia e Libia e sulle intenzioni dell’Italia a riguardo.
A luglio Amnesty International Italia aveva scritto al presidente del Consiglio Letta, alla vigilia del suo incontro col primo ministro libico Zidan, sottolineando ancora una volta l’inopportunità di ogni cooperazione in materia di controllo dell’immigrazione con un paese, la Libia, che viola i diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, sottoponendoli a detenzione sistematica, maltrattamenti e torture.
A oggi, la posizione del governo italiano sulla cooperazione con la Libia resta poco trasparente.

LEGGE SULL’IMMIGRAZIONE

giovedì 17 ottobre 2013

Immigrazione, così funziona nel resto del mondo


Washington. Bambine figlie di immigrati messicani negli Usa partecipano a una manifestazione in favore della riforma della legge sull'immigrazione (Credits: Drew Angerer/Getty Images)  
Washington. Bambine figlie di immigrati messicani negli Usa partecipano a una manifestazione in favore della riforma della legge sull'immigrazione (Credits: Drew Angerer/Getty Images)
Dalle porte aperte del Canada all'irraggiungibile Australia che non lascia avvicinare i barconi alle sue coste, passando per la Danimarca che paga gli immigrati per andarsene


Tutti i Paesi del mondo "combattono" (è proprio il caso di dirlo) con i flussi migratori che a seconda dei momenti storici si intensificano. E' naturale che gli Stati che più si trovano a fronteggiare il numero di migranti in arrivo sono quelli con le economie più floride, dagli Usa al Canada, passando per l'Australia e la Germania. Ognuno ha trovato un approccio diverso, a seconda delle necessità (vedasi richiesta da parte del mondo del lavoro) e, soprattutto, delle possibilità. Si va dalle porte aperte del Canada al divieto di sbarco in Australia. Vediamo Paese per Paese come viene affrontato il tema dell'immigrazione e quello dell'asilo politico, che comunque - a differenza delle leggi sull'immigrazione - è sancito dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, siglata dalla maggior parte dei paesi occidentali il 28 luglio 1951.
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mercoledì 16 ottobre 2013

Immigrazione: Per gli immigrati, non perdiamo la testa



Alla stazione di Wolfsburg, in Germania, un treno scarica uomini venuti dal Sud in cerca di un lavoro 

Wolfsburg, Germania, un treno scarica uomini venuti dal Sud in cerca di un lavoro

Emigrazione: siamo al panico. Come nel caso degli incendi nei locali pubblici dove si muore appunto per panico nell’ansia di sfuggire alle fiamme. La politica di taluni finalmente trova la colpa più eloquente per addossarla agli avversari. E intanto i problemi non si risolvono. La scienza delle Relazioni pubbliche ci suggerisce qualche sistema utile e modelli da imitare. (Ne parlai con umiltà in un libretto “La scienza delle relazioni pubbliche e l’emigrazione”; Bonfirraro ed.).
Il public relation manager, dunque, che cosa farebbe per affrontare il problema secondo le teorie esposte?
Facciamo un esempio: dividere, anzitutto, la grande massa del pubblico emigrato, individuando tutti i pubblici che lo compongo. Per nazionalità, per affinità, per razza, per religione, per età, per stato civile, per tendenze, per aspirazioni, per vocazione, per carattere linguistico e culturale. Con particolare attenzione al pubblico speciale: donne, vecchi, bambini e disabili.
Lo stato di salute del singolo. La provenienza e le situazioni familiari. Le vocazioni lavorative.
Insomma con una creazione di pubblici e sottopubblici, la più ricca possibile, al fine di conoscere tutti i caratteri e le diversità, per provvedere al meglio lo sviluppo e la sistemazione.
L’impatto disordinato con la massa eterogenea porta soltanto alla confusione. Mentre una razionale analisi per categoria è indispensabile, magari con la collaborazione degli interessati stessi (si dice che l’ammalato, come prima cosa, deve credere nella guarigione e poi deve avere fiducia nel medico e nelle cure per guarire).
Sono stati riportati molti episodi di successo, non escluso il fatto sconvolgente determinato dal crollo del “muro di Berlino”, quando milioni di tedeschi dilagarono per la Germania, in uno stato non meno felice degli emigrati odierni del nord Africa.

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lunedì 14 ottobre 2013

Nordest, i giovani scappano all'estero: Veneto seconda regione per emigrazione

di Daniela Boresi


VENEZIA - Si accende la voglia di partire. Che sia per la crisi, o semplicemente per il desiderio di cambiare vita e darsi nuove opportunità, gli abitanti del Nordest hanno ripreso la valigia. Ma se l’Italia la percentuale cresce sensibilmente a Nordest è da record, con il Veneto che risulta essere la seconda regione italiana per emigrazione: del biennio 2012-2013 sono lievitati di 14.195 (dalla Lombardia +17.573) chi ha deciso di lasciare la propria terra. Nordest è così la seconda area per emigrazione d’Italia dopo il Centro (seguita dal Nordovest, dalle Isole e dal Sud). Un Nordest che esporta cervelli, ma non solo: se infatti quasi la metà di chi se ne va ha un titolo di studio spendibile, l’altra metà si butta sulle professioni manuali.
Sono infatti cresciuti, in modo consistente, gli espatriati con licenza media inferiore (erano lo 0,3% nel 2010, sono il 24,4% nel 2011) diretti soprattutto in Germania e in Svizzera. Un flusso che fa tornare alla mente gli spostamenti degli anni ’50. Ad andarsene, ora anche verso la Cina meta emergente, è a livello nazionale circa il 3.1 per cento in più rispetto al 2012.
Emigrati che naturalmente non hanno più la valigia di cartone, come emerge dal Rapporto della Fondazione Migrantes: il 22% di chi parte è laureato, il 28% è diplomato e le prime regioni a perdere petali sono proprio le locomotive d’Italia (Lombardia e Veneto), seguite dalla Sicilia.

domenica 13 ottobre 2013

Immigrazione: Lampedusa, lo schermo della vergogna - di Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch

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Lampedusa

Lampedusa non è solo l’estremo lembo dell’Italia e dell’Europa, la cosiddetta porta della penisola e del continente sull’altra sponda del Mediterraneo. E’ anche, come sa chiunque ci abbia messo piede per poche ore, un microcosmo delle contraddizioni feroci della globalizzazione. E’ un posto dove la presenza spettrale dei migranti rinchiusi e stipati nel centro di accoglienza convive, per molti mesi dell’anno, con la presenza spensierata dei turisti in vacanza. Dove l’incombenza quotidiana della morte convive con l’eterno presente dell’industria dello svago. Dove accade – è accaduto, tante volte – che i corpi dei vivi che si immergono nel mare si imbattano con i cadaveri che il mare sospinge verso le spiagge o sbatte sugli scogli. E’ il posto dove i corpi che contano, e che si contano uno per uno perché equivalgono ad altrettanti consumatori di alberghi, bar, creme abbronzanti e spay antizanzara, si muovono contigui a quelli che non contano, e che si contano a grappolo, a decine o a centinaia quando arrivano dal mare vivi o morti, senza singolarità senza nome senza storia. E’ un posto dove noi europei arriviamo con un trolley carico di tutti i nostri (vacillanti) diritti, e loro, i migranti, arrivano senza neanche il diritto a essere sepolti e compianti.


Chiamata ”frontiera d’Europa” dai nostri politici che non sanno di che parlano, Lampedusa è dunque precisamente il posto dove l’idea di frontiera e di confine si vanifica, dissolta dal mare. Obbedendo a un nome più antico della geopolitica, il Mediterraneo – mare di mezzo, e di mediazione – rimescola quello che i confini della politica e della legge pretendono di dividere. Non c’è sovranità statuale che tenga, a Lampedusa. Non c’è legge di Schengen che valga, nel mare di mezzo. Non c’è barriera di cittadinanza possibile, dove il proprio dei diritti si perde nel nostrum del mare. Dove il mare restituisce la contiguità fra la vita e la morte che sta alla radice dell’umano, lì le politiche di distribuzione gerarchica e annichilente dei diritti, cento a noi e zero ai migranti, getta la maschera e si mostra per quello che è: una tanatopolitica basata, né più né meno che ad Auschwitz, sulla pretesa sadica di dividere gli umani in più umani, ”noi”, e meno umani, ”loro”.


venerdì 11 ottobre 2013

Immigrazione clandestina: “Liberare” i migranti senza “arrestare” i capitali? Un suicidio politico

emigrati.it - news


 Emiliano Brancaccio - Divulgazione - Materiale didattico, divulgativo e per la ricerca - http://www.emilianobrancaccio.it/
Emiliano Brancaccio - Divulgazione - Materiale didattico, divulgativo e per la ricerca

Contestare il reato di immigrazione clandestina senza aprire una contesa più generale per il controllo dei movimenti di capitale e per un’alternativa di politica economica, costituisce un suicidio politico. Spunti di riflessione per una “sinistra” allo sbando, da tempo incapace di dare coerenza logica alle fondamentali battaglie contro l’avanzata dei movimenti xenofobi e razzisti.



Pubblicato sul Financial Times il 23 settembre scorso, il “monito degli economisti” denuncia la mancata volontà delle classi dirigenti europee di concepire una svolta negli indirizzi di politica economica, e individua in tale mancanza una causa delle “ondate di irrazionalismo che stanno investendo l’Europa” e dei relativi “sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo”. La recente tragedia di Lampedusa costituisce un esempio terrificante delle conseguenze di questa palese ignavia politica. Il riferimento non è solo al raccapricciante tentativo del Presidente della Commissione europea Barroso di mettere un velo su questa vicenda ricorrendo a una elemosina europea. Il problema sta pure nel modo in cui le forze di sinistra si sono lanciate in una battaglia per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina previsto dalla legge Bossi-Fini.

Naturalmente, nessuno qui nega che sia giusto cercare di intercettare il moto di sdegno che ha attraversato il paese, di fronte alla notizia che i superstiti del disastro di Lampedusa subiranno anche la beffa di essere imputati per il reato di clandestinità. Ma bisogna rendersi conto che oggi più che mai la politica non può esser fatta solo di sdegno o di mani passate sulla coscienza. Soprattutto in tempo di crisi, la politica è alimentata in primo luogo dalla volontà dei singoli e dei gruppi di difendere i propri interessi, di dar voce alle proprie istanze. Le forze di sinistra dovrebbero ricordare che siamo nel mezzo di una catastrofe occupazionale che dall’inizio della crisi ha visto crescere i disoccupati di 7 milioni di unità in Europa e di un milione e mezzo soltanto in Italia. Per le forze politiche avverse agli immigrati si tratta di una manna, di un terreno elettorale fertilissimo. Se non si vuole che la lotta contro il reato di immigrazione clandestina si trasformi in un boomerang dal punto di vista dei consensi, occorre allora collocare quella lotta in una più generale analisi della crisi e in uno sforzo di individuazione delle risposte politiche realmente in grado di fronteggiarla.

giovedì 10 ottobre 2013

Intervista a Zygmunt Bauman: la modernità produce immigrazione


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 Zygmunt Bauman; foto tratta da L'Espresso

 Zygmunt Bauman; foto tratta da L'Espresso


Zygmunt Bauman, 88 anni, autore di “Danni Collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale”, è considerato una dei più autorevoli sociologi contemporanei. La sua vita è stata segnata dall’esilio: nel 1968, a seguito di una violenta campagna antisemita governativa (governo filosovietico polacco), Bauman si dimise dai suoi incarichi nel Partito Polacco dei Lavoratori e, come molti intellettuali suoi connazionali, fu costretto a lasciare il paese, rifugiandosi in Israele, rinunciando alla cittadinanza e perdendo la cattedra che nel frattempo aveva ottenuto all’Università di Varsavia. In Israele ha insegnato all’Università di Tel Aviv fino al 1971, quando si è trasferito in Inghilterra. Il sociologo ha tenuto una “lecture” pubblica al Teatro dal Verme a Milano, per la serie di incontri “Meet The Media Guru”. Abbiamo chiesto, in questa occasione, il suo parere sulla tragedia di Lampedusa e, più in generale, sul fenomeno dei migranti. Una analisi, dettagliata e lucida, nella quale non risparmia parole di dura condanna per i governi.

Professor Bauman, la tragedia di Lampedusa, con oltre 300 morti, è il simbolo di una società che non previene le catastrofi “prevedibili”, dove i poveri ed i disperati sono più facilmente vittime. Potrà cambiare qualcosa in futuro o queste persone resteranno abbandonate al loro destino?
Ho saputo che il vostro Presidente del Consiglio ed il Presidente della Commissione europea, Barroso, si sono recati a Lampedusa. È sicuramente una buona notizia… ma la situazione è molto complessa. Noi viviamo in una condizione che definisco di “diasporalizzazione”: i vostri nonni, i genitori dei vostri nonni sono migrati in massa, spesso in America Latina, perché essi non potevano sopravvivere qui. Adesso questo fenomeno continua, ma in altre direzioni: questa è l’unica differenza. La migrazione è un fenomeno che ha riguardato la “modernità” dalle sue origini ed è da essa imprescindibile. Perché la modernità produce “persone inutili”. Esistono due “industrie” della modernità che producono “persone inutili”: una è quella cosi detta della “costruzione dell’ordine”, dove ogni regola e sistema vengono costantemente rimpiazzati da nuovi sistemi e regole che producono esuberi, persone eccedenti. L’altra industria che produce “persone inutili” è quell’industria che noi chiamiamo “progresso economico” che consiste, fondamentalmente, nel ridurre costantemente la forza lavoro. E questo semplicemente produce persone inutili. E queste persone andranno dove c’è pane, promesse di pane e acqua potabile.

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Il naufragio della Bossi-Fini: tribunali intasati, rimpatri col contagocce e un miliardo di euro in fumo

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 Fini, Berlusconi e Bossi (foto Ansa)
Fini, Berlusconi e Bossi (foto Ansa)

In Italia c'è una macchina che non cammina, ma costa cara. È la Bossi-Fini: il complesso meccanismo di contrasto all'immigrazione irregolare, fatto di espulsioni, Cie e reato di clandestinità, non ha infatti mai girato a pieni regimi. I numeri stanno lì a dimostrarlo. Partiamo dal reato-manifesto introdotto nel 2009: dalla procura di Agrigento (ora impegnata con i sopravvissuti di Lampedusa) si ricorda che dall'entrata in vigore del reato di immigrazione clandestina nella sola Città dei Templi sono stati aperti 511 fascicoli, per 12.867 indagati. Un lavoro immane e costoso.

Contro il reato l'ufficio giudiziario, guidato da Renato Di Natale, ha sollevato infatti eccezione di costituzionalità, rigettata però dalla Suprema Corte nel 2011. I pm hanno poi richiesto l'archiviazione per gli indagati, puntualmente rigettata dal giudice di pace che ha invece imposto l'imputazione coatta con successiva condanna: una sanzione amministrativa di 5.000 euro.


mercoledì 9 ottobre 2013

Cancellare subito lo scandalo della Bossi-Fini di Stefano Rodotà

Rifugiati su un gommone in alto mare; foto tratta da "Morti in mare e respingimenti. Nulla è cambiato" su Focus Casa dei Diritti Sociali, 7 settembre 2011 

Le terribili tragedie collettive sono ormai diventate grandi rappresentazioni pubbliche, che vedono tra i loro attori i rappresentanti delle istituzioni, ben allenati ormai nel recitare il ruolo di chi deve dare voce ai sentimenti di cordoglio, dire che il dramma non si ripeterà, promettere che «nulla sarà come prima». Il pellegrinaggio a Lampedusa era ovviamente doveroso, arriverà anche il presidente della Commissione europea Barroso, si è già fatta sentire la voce del primo ministro francese perché sia anche l’Unione europea a discutere la questione. Sembra così che sia stata soddisfatta la richiesta del governo italiano di considerare il tema in questa più larga dimensione, guardando alle coste del nostro paese come alla frontiera sud dell’Unione.
Attenzione, però, a non operare una sorta di rimozione, rimettendoci alle istituzioni europee e non considerando primario l’obbligo di mettere ordine in casa nostra. Lunga, e ben nota da tempo, è la lista delle questioni da affrontare, a cominciare dalla condizione dei centri di accoglienza dove troppo spesso ai migranti viene negato il rispetto della dignità, anzi della loro stessa umanità. Ma oggi possiamo ben dire che vi è una priorità assoluta, che deve essere affrontata e che può esserlo senza che si obietti, come accade per i centri di accoglienza, che mancano le risorse necessarie. Questa priorità è la cosiddetta legge Bossi-Fini.


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martedì 8 ottobre 2013

Immigrazione clandestina: avanti, c’è spazio per tutti, anche per i trafficanti russi, ucraini e nigeriani

Rosarno / Piana di Gioia Tauro (RC) - dicembre 2009
Nella foto alcuni immigrati hanno trovato rifugio per la notte in un silos.



Anche ieri, incessantemente, sono proseguiti gli sbarchi di clandestini lungo le coste calabresi. Una sciagura dopo l’altra, mentre ancora molti corpi restano nel barcone affondato a largo di Lampedusa in attesa di una degna sepoltura.

Le rotte maggiormente attive nelle tratte di persone e immigrazione clandestina sono quelle che prevedono il passaggio dal Medio Oriente (Libano-Turchia) verso la Grecia e da qui verso l’Italia e altri Paesi Europei, e l’altra che, partendo dai Paesi subsahariani e particolarmente dalla Nigeria, porta le vittime in Europa e in Italia, passando per il deserto del Niger e la Libia.
La Direzione nazionale antimafia – il cui ruolo di collegamento e impulso alle Procure distrettuali è sancito per legge – non ha dubbi nella lettura di quanti, da anni, speculano sulle spalle dei disperati che cercano rifugio fuori dalle aree di guerra, dittatura e povertà. Speculazioni che corrono dritte dritte sulle stesse rotte del traffico di stupefacenti e, vale la pena di aggiungere, anche di armi...

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lunedì 7 ottobre 2013

Immigrazione clandestina: secondo business mondiale dopo il narcotraffico – Le valutazioni di Onu e Dna

emigrati.it - news

La tratta degli esseri umani va considerata come una specificità all’interno del più vasto fenomeno dell’immigrazione illegale.

E’ ormai un rischio per la sicurezza nazionale e internazionale, poiché costituisce una delle fonti di reddito più interessanti per il crimine organizzato transnazionale; secondo le più recenti stime formulate dall’Onu



pur nella palese difficoltà di quantificarne i flussi finanziari, sarebbe diventata il secondo business dopo il narcotraffico.


La questione della migrazione non è però un problema sussidiario legato solo alla sicurezza o all’emergenza umanitaria (esempio: gli sbarchi a Lampedusa). L’immigrazione e l’integrazione ad essa correlata sono diventati i temi di attualità centrale che influenzano in maniera significativa le scelte politiche dell’occidente e dell’Europa in particolare.
Kenya 2010 @Nenna Arnold/MSF

venerdì 26 ottobre 2012

C'è una Calabria che lotta ancora

 È reale la Calabria raccontata da Cesare Fiumi nello scorso numero. C’è il passato e il presente: dai pitagorici agli aguzzini dell’ex assessore lombardo Zambetti, che ne comprava i voti. Il futuro dipende dalla capacità dei calabresi e degli altri italiani di capire il fenomeno, il problema 'ndrangheta

Come Fiumi ha mostrato, l’onorata società devasta, brucia, avvelena, corrompe, ma non cancella la speranza e la memoria di chi è rimasto onestamente in Calabria; nonostante l’isolamento, lo sconforto, la voglia di andarsene come in L’orda di Gian Antonio Stella. 

Proprio l’emigrazione è il nodo cruciale della "Questione calabrese", spesso ridotta a cronaca dell’efferatezza criminale, a statistica dell’inefficienza, a estetica dei personaggi – «la crapa di Al Capone» del «ragazzo di Calabria» Vincenzo Salvatore Maruccio, sovente in gessato, ex consigliere regionale del Lazio indagato per distrazione di fondi del gruppo Idv. 

Il punto vero è che le logiche del potere in Calabria non lasciano alternativa: o si resta e subisce o si fugge, cercando normalità altrove. Salvo che non si ceda al colonialismo delle cosche. La Calabria si spopola drammaticamente, ma l’Istat non può registrarlo. Un terzo degli universitari calabresi studia fuori regione; migliaia di residenti si curano o lavorano al Nord.

La ‘ndrangheta gestisce la cosa pubblica insieme alla politica e a logge coperte. Lo provano le inchieste Europaradiso, Black Mountains ed Energopoli, del pm Pierpaolo Bruni, e molte altre. Impresa e lavoro sono in mano a sodalizi criminali, che “vincono” gli appalti, assumono professionisti e manodopera e dispensano favori ed assistenza. La ‘ndrangheta appoggia i candidati e questi ricambiano a palazzo. Il silenzio da paura, in tanti casi mero opportunismo, completa la distruzione del tessuto sociale, delle risorse, della bellezza e della storia calabrese. Il rischio peggiore non è l’assassinio, l’incendio dell’auto o dell’azienda, ma la solitudine di chi resiste, di chi non accetta i rapporti di forza dominanti. 

C’è una Calabria in lotta quotidiana: contro le disfunzioni sanitarie, la parzialità dell’amministrazione, la lentezza dei trasporti, gli abusi degli organi pubblici e l’abbandono dello Stato. È una Calabria che non spara, che non delinque e forse sogna ancora, chiusa nell’amarezza e nella rabbia. Fiumi ne ha riportato la voce: imprenditori, preti di frontiera, sindaci, magistrati, intellettuali, educatori. Anche loro, come tanti killer e faccendieri, sono «calabresi». 

Emiliano Morrone, lettera su "Sette"(Corriere della Sera) del 26.10.2012, pag. 161


«Qui in Calabria», dice Minervino, fissando dalla balconata di Rende la piana di Cosenza che di notte si illumina a giorno, «non esistono più i partiti, solo comitati elettorali quando si deve votare». Spesso, comitati d'affari a venire. «Anche questa città, la più universitaria e intellettuale della Calabria, ormai è diventata una distesa di cemento». Gli fa eco Emiliano Morrone, autore con Francesco Saverio Alessio, de La società sparente, un libro sul binomio politica-'ndrangheta alle radici della nuova disperata emigrazione: «'Ndrangheta e massoneria sono i due grandi poteri oggi in Calabria, non necessariamente in quest'ordine: la politica va a rimorchio e serve a gestire gli affari».
Minervino è di Paola, il paese di un San Francesco duro e puro, e Morrone di San Giovanni in Fiore, terra di Gioacchino, che Dante volle in Paradiso. «Un santo e un mistico montanari e ecologisti, sensibili all'armonia e al bello», ricorda Minervino. Ed è come se la Calabria fosse la loro nemesi: «Qui dove nessuno, oggi, prevede direcuperare l'esistente, di sostituire il brutto riqualificando ilpaesaggio, di rivedere una logica di sviluppo che restituisca dignitàalla terra». Un'ignavia che addolora e stupisce i calabresi che dalla Calabria se ne sono andati, ma che sembra non toccare la maggioranza di quelli che ci vivono. “Mi fu sempre difficile spiegare che cos'è la mia regione”, scriveva Corrado Alvaro, novant'anni fa.

Tratto da: Indagine su una regione al di sotto di ogni sospetto; di CesareFiumi, Corriere della Sera, Sette n° 42 del 19 ottobre 2012

lunedì 24 settembre 2012

PREMIO NAZIONALE DI FILOSOFIA VI EDIZIONE, Certaldo 2012

CERTALDO: PREMIO NAZIONALE DI FILOSOFIA VI EDIZIONE 2012




"Allo scrittore antimafia Francesco Saverio Alessio, esperto di web, che ha utilizzato Internet come strumento di promozione di temi e utopie della filosofia, in primo luogo legati all'opera del teologo della storia Gioacchino da Fiore. Allo scrittore Alessio che, con i suoi libri, inscindibilmente legati all'attività di pensatore e alla sua vita d'impegno morale e culturale, ha testimoniato con forza il valore della filosofia come pratica quotidiana di ricerca della verità."


Uno dei momenti più suggestivi della cerimonia, è stato la presentazione delle attività svolte contro l’ndrangheta da Francesco Saverio Alessio e Federico La Sala. Il primo soprattutto che, attraverso i suoi testi, fa una lotta filosofia e culturale contro la criminalità calabrese. Quest’ultima lo ha costretto ad abbandonare la sua terra natia San Giovanni in Fiore (Cosenza), a causa delle continue minacce ricevute. 

sabato 28 aprile 2012

TRA DEMONI E SANGUE, LA SPERANZA IN AGGUATO ?

 "DEMONI E SANGUE", INCHIESTA E RACCONTO SULLA PERVASIVA POTENZA DELLA ’NDRANGHETA
di Domenico Barberio

Parto, nella recensione di “Demoni e sangue”(Coppola editore, Trapani, 2011), dagli aspetti che meno mi convincono. E’ molto lungo, è appesantito da parti di cui si potrebbe fare a meno. 486 pagine, indice compreso, sono tante,forse troppe, anche per un libro che,tra le altre cose, è un’inchiesta accurata e approfondita. Appunto l’inchiesta, che in “Demoni e sangue” è frammista alle vicende autobiografiche in cui Saverio Alessio racconta se stesso,i suoi dilemmi, le sue difficoltà, la sua terra e il conflittuale rapporto che si è instaurato con essa. Ecco, forse un altro ingrediente che poteva essere meglio dosato dall’autore è la sua forte carica polemica. Il coinvolgimento emotivo fa perdere a Saverio in alcuni passaggi, secondo il mio modesto avviso, quella giusta distanza che ci deve essere con la pagina che sta scrivendo. Questa intima adesione, questo proiettarsi nella vicende che vengono man mano presentate, porta ad annebbiare la lucidità necessaria e lo spinge fino all’invettiva troppo carica di rancore. Un buon editor magari avrebbe permesso di superare questi limiti, eliminando pagine e smussando il superfluo, ma la scelta, il caso, gli eventi hanno fatto incontrare questa piccola e coraggiosa casa editrice, Coppola di Trapani, con un autore che ha fatto tutto da sé, senza concedere sconti, manifestando appieno la sua impetuosa carica polemica. Sono venuti fuori allora tutti gli spigoli caratteriali di quest’uomo del sottosuolo come qualcuno l’ha definito: un personaggio dostojevskiano, uno scrittore marginale (nel senso che sta ai margini, lontano dal potere). Dunque un libro con meno pagine,meno carico di nomi e numeri, più agile e snello, meno arrabbiato, avrebbe migliorato la resa definitiva.
Demoni_e_sangue

Ma “Demoni e sangue” è anche altro naturalmente, ha molti meriti. Riporta fatti e persone di una regione, la Calabria, messa sotto scacco dalla violenza del potere ’ndranghetista e dalla rapacità del potere politico. E non si ferma solo a questo, l’inchiesta-racconto si allarga e cerca di racchiudere quello che di peggio sa offrire la società calabrese. Ma non solo la Calabria, perché come ci viene ricordato da Saverio Alessio ” il sentimento più forte, il desiderio di libertà, prevale ed impone di indicare a chi non si accorge della mostruosità della ’ndrangheta che lo avvolge silenziosamente nelle sue spire, come questa si infiltri subdolamente nelle società ancora sane e di urlare l’orrore a chi farebbe ancora in tempo a liberarsene, prima che ne diventi schiava come la Calabria”. Un aspetto su cui si insiste in “Demoni e sangue”, attraverso il lavoro di indagine armonizzato con la trama del racconto che lo tiene in piedi, è l’evidenziare non solo la capacità pervasiva delle ’ndrine nella vita economico e politica, ma anche e soprattutto il suo divenire discorso comune e condiviso, retorica pubblica. Ciò che preme è mettere in guardia dal potere di fascinazione della ’ndrangheta. Si tratta di quella malìa di cui scrive uno dei maggiori studiosi della criminalità organizzata italiana, lo storico Enzo Ciconte che sottolinea come esista ”un’attrazione che persiste e che a tratti ha la parvenza dell’immutabilità. E così la fascinazione-o al contrario, lo scoramento per chi alle mafie si oppone- sembra non avere mai fine”. Dunque un potere criminale che è anche dominio culturale, attento a fiaccare senso civico e difesa dei valori democratici che sono imprescindibili per una società sana, aperta, solidale depurata dalla presenza mafiosa. Nei passaggi dove l’amara riflessione sulla sua condizione personale di “esule” dalla Calabria si fa più forte sembra che il disincanto e la mancanza di prospettive abbiano il sopravvento sulle speranze di Saverio “...scrivo della Calabria in modo introspettivo, a tratti superbo, e teso a descrivere quello che vive l’osservatore da un punto di vista ristretto. Forti sentimenti ed una voglia di riscatto personale indipendentemente dal riscatto della mia terra e della sua gente. L’esclusivo tentativo di conquista di uno spazio espressivo individuale”. C’è un’incapacità a subire passivamente le brutture che la società calabrese è capace di esprimere e che nutre le pagine irriverenti di “Demoni e Sangue”. Ma fra queste pagine credo che si possa scovare con attenzione anche un’idea di fondo legata alla speranza, speranza per i destini individuali e collettivi. Nonostante la durezza di fondo Saverio riesce a delinearci, tra demoni e sangue, anche la straordinaria semplicità, carica di bellezza, di posti che gli appartengono, che ci appartengono “La temperatura è migliorata decisamente. Fa anche caldo, con una piacevole brezza primaverile. Profumata di ginestra, di pece, di improbabili novità. Giorni fa con il mio caro amico Carmine, il doc. diminutivo di Doctor, ho visto, odorato, fotografato, un’intera collina di ginestre in fiore. Un mare di giallo fra il verde scuro dei boschi di pino. Una meraviglia!Forse è per queste esplosioni improvvise di fioriture che questo luogo si chiama Fiore”.
domenico barberio

lunedì 6 febbraio 2012

"Demoni e sangue" la bibbia dell'antimafia

di Emiliano Morrone

Oggi si scrive tanto di mafie: post, articoli, saggi, romanzi. Carne, sangue e orrore sono spesso la base dei racconti, giornalistici o letterari. Si tratta, è banale, di elementi che impressionano e fanno vendere.

Demoni_e_sangueLa criminalità organizzata subisce, dunque, la semplificazione dello spettacolo. Il fenomeno è riassunto con effetti speciali. Così, vari autori, anche inconsapevolmente, celebrano la potenza dei Riina e famiglie. Ma la realtà è diversa, più sottile, complessa, ingannevole. La società non può essere divisa in buoni e cattivi: i primi pacifisti, gli altri armati fino al collo.

La 'ndrangheta, per esempio, non è l'auto del boss Carmine Arena sventrata dal bazooka. Né la ferocia degli autori della strage di Duisburg, in Germania.

Francesco Saverio Alessio offre invece una lettura profonda del male italiano, esportato ovunque. In Australia come in Colombia. Nel suo "Demoni e sangue", Coppola Editore, c'è il diario di una vita in trincea. Fra difficoltà, sconfitte, scelte coerenti. La vittoria della parola.

Francesco_Saverio_AlessioAlessio ricorda il suo passato in Calabria. Lirico, descrive la bellezza dei luoghi violentati, la distruzione della memoria, la chiusura degli orizzonti culturali, spirituali, progettuali. Questa è la strategia militare delle mafie, ormai globalizzate. Il controllo del territorio avviene con la progressiva devastazione della natura, della storia, dell'anima collettiva. Per capire, occorre vedere. E Alessio ha visto, patito, registrato le singole azioni, le scene, i volti e le scelte dei signori della morte, dei loro servi, dei complici politici.

Lo scrittore riporta nomi e trame. Preciso, attraversa la cronaca nazionale recente e remota. La ripercorre approfondendola, legando occulti potenti a uomini di palazzo ed agenzie del crimine.

"Demoni e sangue" è il volume più coraggioso e vero in tema di mafie. Forse è per questo che Alessio non vende.

Oggi non interessano i fatti, i retroscena e la scrittura onesta, fatta di rigore ed esperienza. Serve il demone del sangue.

da L'Infiltrato


La 'ndrangheta nel racconto di Francesco Saverio Alessio

giovedì 8 settembre 2011

L'esilio - un brano di DEMONI E SANGUE: 'ndrangheta un potere glocale e invisibile


Un estratto da



Capitolo Undicesimo
L’esilio
Le conquiste di un esule sono costantemente minate dalla perdita di qualcosa che si è lasciato per sempre alle spalle.
Edward William Said
La realtà dei fatti è che non si può vivere in Calabria da uomo libero. Semplicemente perché è impossibile ottenere in modo dignitoso un lavoro. E poi perché non si può esprimere il proprio pensiero e nemmeno il proprio voto liberamente, senza subire dirette conseguenze. O se si è particolarmente influenti socialmente, positivamente, umanisticamente, su un certo numero di persone, senza rischiare di morire ammazzati. Di sparire definitivamente. Come minimo si viene emarginati e perseguitati se non si rispetta il Tabù.
Opporsi a un uomo potente, in Calabria, per esperienza diretta, sul campo, comporta l’immediata esclusione da parte della collettività. Quasi sempre è la famiglia stessa che isola e disconosce il reo. Contestare l’operato del tiranno, piccolo o grande che sia, è vissuto dalla società come una mancanza di rispetto. Siamo noi, scrittori, giornalisti, associazioni, persone comuni - esempi in estinzione dei Cittadini - ad essere considerati dannosi e inopportuni socialmente. Il mantra è: quelli che ostinatamente denunciano le malefatte sono degli “infami”. Secondo me invece gli esseri umani per essere “persone” devono difendere gelosamente e praticare quotidianamente la libertà di espressione. In una società come quella calabrese, che, con pervicacia e determinazione, non ha mai voluto assorbire l’esperienza storica né del Diritto romano e né di quello arabo, che ha dimenticato le sue origini greche e l'utopismo medioevale, che ha subito un danno incolmabile dall'Unità d'Italia, assistiamo alla messa in scena di una struttura culturale antropologicamente tribale. In tale contesto, mitologico ma di concreta attuazione storica, lo ‘ndranghetista, il politico, il potente, assumono il ruolo di Totem all’interno della comunità. Chi vìola il Tabù è come se violasse il fondamento stesso sul quale la società si basa e va conseguentemente eliminato o quanto meno espulso. Senza possibilità d’appello. Esiliato. Si descrive la realtà della Calabria odierna alla luce di una scelta personale: la fuga. Fondamentalmente una riflessione sull’esilio. Forzato..
La ‘ndrangheta e la politica collusa violentano gli individui nelle profondità dell’essere. I potenti imbrigliano la psicopatologia collettiva, di cui è affetta larghissima parte della popolazione in seguito all'emigrazione massificata, verso propri precisi scopi. Un'opera bestiale di destrutturazione culturale volta alla sottrazione del contesto poetico dell’essere umano. Una sorta di rapimento collettivo delle anime. A scopo di estorsione e sfruttamento. Pian piano subito da chiunque. È la bruttezza dell'ambiente sociale a determinarlo. In mille forme, anche legali. Un metodo della “costruzione del consenso” che allo stesso tempo conformi i presupposti affinché la ‘Ndrangheta diventi un comune modo di pensare. Affinché divenga cultura.
Un esempio di questa poco illuministica visione è quello che nel libro «La società sparente» con Emiliano Morrone definimmo “il mito della terza figura“. Il concetto secondo il quale è impensabile ottenere una qualsiasi risposta, alle proprie esigenze o ai propri diritti, senza dover passare attraverso la mediazione di qualcun altro. Per qualsiasi pratica, illegale o legale che sia. Da questo si deduce che la lezione illuministica non ha mai avuto seguito in Calabria. Grazie ad una sinergia fra il potere politico e quello della ‘ndrangheta con fredda determinazione è stata man mano uccisa l’autonomia individuale delle persone. Al fine di renderle schiave di un dominio mafioso delle coscienze. Una vera e propria scuola di pensiero. Garantita dal potere militare, politico ed economico della ‘ndrangheta e dalle infiltrazioni nelle istituzioni attraverso la massoneria. Devastante. La 'Ndrangheta, con la maiuscola, intesa come modo di pensare diviene parte integrante della quotidianità, addirittura indispensabile componente, in un processo, che il filosofo Alfonso Maurizio Iacono, applicandolo ad altre categorie, definisce “naturalizzazione”. Nel libro Morrone ed io cercammo di descrivere il processo di naturalizzazione che sta avvenendo e che porta a considerare alcune forme di corruzione, o altri animaleschi comportamenti predatori, come del tutto naturali, o addirittura indispensabili per l’esistenza umana. Tentammo di dare corpo alla teoria di Alfonso Maurizio Iacono secondo la quale esistono stretti rapporti tra storia, filosofia, antropologia e politica di un popolo. Riflettendo sulla necessità della ricerca di “autonomia”, o come dice Gianni Vattimo di “emancipazione”, non potevamo non notare quanto siano sottomessi i Calabresi. È questa mancanza della consapevolezza di aver la possibilità, oltre che il dovere, umano, di essere autonomi, che conferma e conforma il potere della 'ndrangheta su di loro. La malavita esercita un controllo incondizionato sulle decisioni quotidiane della gente. Per quanto riguarda l’espressione del voto il dominio è tale da permettere alla criminalità di controllare direttamente ed interamente la politica. Ne consegue che i Calabresi per continuare ad “essere” hanno due possibilità: adeguarsi alle regole della malavita o andarsene. Se non ci si adegua si è costretti a sparire prima che siano loro a farti sparire definitivamente.
Attualmente, sia io che Morrone, rispetto ai tempi in cui scrivemmo «La società sparente», dall’esilio riflettiamo di più sulla responsabilità delle persone nel far si che il malaffare continui ad essere. Cerchiamo di descrivere la maniera in cui la popolazione è anche protagonista e non solo vittima dell’arretratezza della propria terra. Su come la gente si sia privata di qualsiasi forma di dignità civile e di come questo permetta al potere criminale di consolidarsi sempre più. Dall’altro lato, se in Calabria si manifesta capacità relazionale ed aggregativa, saggezza, garbo, razionalità, solidarietà, progettualità, programmazione, bellezza, poesia, è la fine!
Emiliano Morrone sta scrivendo sempre della Calabria ma spogliandosi il più possibile della sua persona; allargando la sua visione nel senso più alto della parola politica, rendendo umile lo sguardo di chi descrive quasi ad annullare il soggetto osservatore. L'inchiesta come ricerca continua di un'apertura a nuove possibilità sociali; la speranza di una Calabria migliore. Al contrario io scrivo della Calabria in modo introspettivo, a tratti superbo, e teso a descrivere quello che vive l'osservatore da un punto di vista ristretto. Forti sentimenti ed una voglia di riscatto personale indipendente dal riscatto della mia terra e della sua gente. L'esclusivo tentativo di conquista di uno spazio espressivo individuale. Privo di speranza di riscatto per la propria terra che si da per sempre persa. Morta. Uccisa. Bruciata. Seppellita. Elaborato il lutto se ne scrive come se fosse scomparsa. Per sempre. Ma il sentimento più forte, il desiderio di libertà, prevale ed impone di indicare a chi non si accorge della mostruosità della 'ndrangheta che lo avvolge silenziosamente nelle sue spire come questa si infiltri subdolamente nelle società ancora sane e di urlare l’orrore a chi farebbe ancora in tempo a liberarsene prima che ne diventi schiava come la Calabria.
Con la società, sana, solidale, in Calabria è sparita anche la poesia; sparita insieme alle parole della democrazia. Mai apparse per la verità, se non nella propaganda di politicanti imbonitori. Ombre di sillabe echeggianti il silenzio. Il silenzio sì. Va bene. La Poesia? che cos’è? A che serve? E' n'na cosa ca si manja? [1] Eppure non c’è un giorno della mia vita nel quale non pensi almeno una volta alla Calabria. Καλαβρία. Antichissima terra. Sarà che la mia ultima precipitosa partenza, nottetempo!, - obbligata e necessaria, dettata dal bisogno di sfuggire rapidamente a qualche esecuzione sommaria; un prologo di sevizie ed afflizioni con successiva sparizione del cadavere - è stata più improvvisa di altre partenze ponderate e scelte. Sarà la nostalgia della casa dove sono nato, dei miei mobili, dei dischi, dei libri; l'odore del camino. Il mio angolo dello yoga. Influisce anche il malefico fascino dei suoi misteri. La scura bellezza e la furbizia delle sue donne. Ma, se penso alla Calabria, non riesco a mandare giù questa sensazione amara di perdita definitiva. Una caduta vorticosa in un vuoto senza fine. Come un collasso dei sentimenti, un pugno, forte, deciso. Nel plesso solare.

Tratto da DEMONI E SANGUE: 'ndrangheta un potere glocale ed invisibile

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[1] Dialetto cosentino: è una cosa che si può mangiare?

martedì 21 giugno 2011

Demoni e sangue

di Giulio Cavalli

Francesco Saverio Alessio la ‘ndrangheta l’ha vissuta. E la scrive benissimo. Il suo libro è una foto che non cerca consensi e non concede alibi. DEMONI E SANGUE Ndrangheta: un potere glocale e invisibile è il libro edito da Salvatore Coppola, coraggioso e illuminato editore siciliano. E il patto proposto ai librai svela un nuovo mondo di cultura a km 0.